Dovadola, il borgo dei due guadi nella valle del Montone

Dovadola (Dvêdla in romagnolo) è un piccolo comune di circa 1.600 abitanti situato nella provincia di Forlì-Cesena, nel cuore dell’Emilia-Romagna. Il paese si trova a circa venti chilometri da Forlì, immerso nel suggestivo paesaggio della valle del fiume Montone, lungo l’antico asse viario che collega la Romagna alla Toscana.

Arroccato su una rupe che domina il corso del fiume, il borgo conserva ancora oggi l’aspetto raccolto e caratteristico dei centri storici appenninici, circondato da colline ricoperte di boschi e campi coltivati.

Origini antiche tra Celti e Romani

Le origini del paese sono molto antiche. Il nome Dovadola deriverebbe dal latino “duo vadora”, cioè “due guadi”, in riferimento ai due punti di attraversamento del fiume Montone presenti in questa zona e che probabilmente favorirono la nascita dell’insediamento. La valle mostra tracce di presenza umana già in epoca preistorica e, prima ancora dell’arrivo dei Romani, il territorio era probabilmente abitato da popolazioni celtiche. Testimonianze della colonizzazione gallica sono emerse grazie al ritrovamento di un sepolcreto di guerrieri. Successivamente l’area fu frequentata anche dai Romani, come dimostrano alcune tombe e monete rinvenute nei dintorni.

Il Medioevo e il dominio dei conti Guidi

Nel corso dell’alto Medioevo il territorio entrò sotto l’influenza degli arcivescovi di Ravenna, che tra l’VIII e il IX secolo fecero costruire una prima fortificazione sullo sperone roccioso dominante il paese. A partire dal XII secolo la cittadina passò sotto il controllo dei conti Guidi di Modigliana, una delle famiglie feudali più importanti dell’Appennino tosco-romagnolo. Fu in questo periodo che il castello venne ampliato e rafforzato con nuove mura, bastioni difensivi e un palazzo signorile.

Nel 1255 il conte Ruggero, figlio di Marcovaldo dei conti Guidi, insieme al Comune di Dovadola stipulò un atto di accomandigia con il Comune di Forlì, entrando nella sfera di influenza della città romagnola. Nei secoli successivi il borgo fu coinvolto nelle lotte tra le signorie locali: nel 1334 passò agli Ordelaffi, signori di Forlì, per poi tornare nuovamente ai Guidi.

La Romagna toscana e il periodo fiorentino

Nel 1405 i conti Guidi cedettero definitivamente il feudo alla Repubblica di Firenze, che stava progressivamente espandendo i propri domini nella cosiddetta Romagna toscana. Durante il periodo fiorentino Dovadola mantenne un ruolo strategico nel controllo della valle del Montone e della strada che collegava Forlì con Firenze.

Nel 1467 la rocca fu conquistata e incendiata dal celebre condottiero Bartolomeo Colleoni durante una delle numerose guerre tra le potenze italiane dell’epoca. Il borgo rimase legato a Firenze fino al 1860, quando con l’unità d’Italia venne annesso al Regno di Sardegna e assegnato alla provincia di Firenze. Solo nel 1923, insieme alla maggior parte dei territori della Romagna toscana, Dovadola venne incorporata nella provincia di Forlì.

Il centro storico e le antiche mura

Ancora oggi il centro storico conserva la struttura urbanistica di origine fiorentina, con una topografia regolare e ortogonale sviluppata tra il letto del fiume e la rocca dei Conti Guidi. Passeggiando tra le vie del borgo si possono osservare anche alcuni resti delle antiche mura quattrocentesche: nella zona nord del centro storico, tra via Garibaldi, via Ranieri Biscia e via Carbonaie, emergono parti della cinta muraria e tre grandi torri circolari, oggi parzialmente inglobate nelle abitazioni.

L’Abbazia di Sant’Andrea

Tra i principali monumenti di Dovadola spicca l’Abbazia di Sant’Andrea, situata su un’altura oltre il fiume Montone. Fondata dai monaci cluniacensi prima dell’anno Mille, la prima menzione documentata risale al 1116. Nel corso del Quattrocento la chiesa venne restaurata assumendo l’attuale aspetto ispirato al Rinascimento toscano.

All’interno si possono ammirare affreschi del Cinquecento e dipinti di scuola romagnola e bolognese. L’abbazia custodisce inoltre le spoglie della Beata Benedetta Bianchi Porro, giovane mistica originaria di Dovadola molto venerata, la cui tomba è meta di pellegrinaggi.

La Rocca dei Conti Guidi

Dominando l’abitato si erge la Rocca di Dovadola, conosciuta anche come Rocca dei Conti Guidi. Le sue origini risalgono almeno all’XI secolo, ma la struttura attuale è frutto di ampliamenti realizzati tra il XIII e il XV secolo. Costruita su antichi presidi difensivi probabilmente già utilizzati dai Longobardi, la fortezza aveva una posizione strategica: orientata perpendicolarmente alla valle, controllava la strada che collegava la Romagna con la Toscana, rappresentando un importante punto di controllo lungo la via del Montone.

Dovadola, il borgo dei due guadi nella valle del Montone
Ph. Di Mongolo1984 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=77799469

Ancora oggi la rocca domina il paesaggio circostante ed è ben visibile anche dalla Strada Statale 67 che collega Forlì a Firenze.

La Chiesa della Santissima Annunziata

Un altro edificio religioso di rilievo è la Chiesa della Santissima Annunziata, risalente al XIV secolo e un tempo affidata ai frati domenicani. L’edificio attuale, a navata unica, conserva al suo interno un pregevole crocifisso ligneo del Trecento.

Il tartufo bianco e le tradizioni gastronomiche

La tradizione gastronomica è un altro elemento importante dell’identità del borgo. Dovadola è infatti conosciuta per il suo pregiato tartufo bianco, uno dei prodotti più rinomati dell’Appennino romagnolo.

Da oltre cinquant’anni il paese dedica a questo prodotto una festa molto partecipata che si svolge ogni anno la terza e la quarta domenica di ottobre, richiamando visitatori e appassionati da tutta la regione.

L’Eremo di Montepaolo e Sant’Antonio

Nei dintorni del paese merita una visita anche l’Eremo di Montepaolo, situato a circa sette chilometri dal centro abitato. Questo luogo è profondamente legato alla figura di Sant’Antonio da Padova, che qui soggiornò per quasi un anno tra il 1221 e il 1222 nel piccolo convento francescano.

La tradizione racconta che il santo trovasse rifugio e meditazione in una grotta situata poco distante, oggi raggiungibile attraverso un suggestivo percorso chiamato “Sentiero della speranza”.

Nel corso dei secoli il paesaggio dell’area è stato modificato da frane e movimenti del terreno che hanno trasformato l’aspetto originario della collina su cui sorgeva il primo eremo. L’attuale santuario venne ricostruito all’inizio del Novecento e presenta uno stile neogotico con interni interamente affrescati.

Nel 2000 è stato realizzato nelle vicinanze anche un percorso decorato con mosaici che raccontano i momenti più significativi della vita di Sant’Antonio, rendendo il luogo ancora più suggestivo per i visitatori e per i pellegrini.

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