Gennaro Angelini, detto “Talacia” (1872/1874–1956), è una figura straordinaria della tradizione rurale romagnola: un contadino semianalfabeta, con istruzione limitata alla seconda elementare, che coltivò nei campi di San Martino in Riparotta (frazione di Rimini) e dedicò decenni della sua vita alla costruzione di un capolavoro unico nel suo genere.
Nonostante la totale assenza di competenze tecniche formali, Angelini concepì e realizzò, nell’arco di oltre trent’anni, un grande orologio astronomico di legno e materiali di recupero, che raggiungeva dimensioni imponenti e fungeva da macchina per b in tutte le sue declinazioni.
Una “macchina del tempo” artigianale
L’orologio, lungo vari metri, fu costruito pezzo dopo pezzo utilizzando materiali di fortuna: legno, arcolai, catene di biciclette, corde, pezzi di latta e altri elementi di scarto.
Appeso al soffitto della stalla accanto alla casa di Talacia, il meccanismo era dotato di più quadranti che non si limitavano alle ore e ai minuti ma mostravano giorni, settimane, mesi, stagioni, anni — compresi gli anni bisestili — fasi lunari, costellazioni e cicli temporali anche molto lunghi.
In alcune testimonianze si parla di quadranti con indicazioni estremamente dettagliate e persino di un capannello di suonerie e campanelli che scandivano il tempo.
La carica dell’orologio era affidata a un sistema di contrappesi esterni: un grosso coppo appeso a una corda e a una carrucola che, per gravità, provocava il lento movimento delle pulegge e degli ingranaggi. La ricarica durava circa otto giorni e comportava sollevare manualmente il peso, riavvolgendo la corda sulla puleggia interna.
Talacia raccontava scherzosamente che sperava nell’immortalità:
Spero che Dio sia con me e mi dia l’immortalità, in modo che quando si scaricherà, io possa venire a ricaricarlo.
Vita, ingegno e riconoscimento
L’autodidatta Gennaro Angelini non si limitò a costruire l’orologio: la sua mente vivace lo portò a inventare altri attrezzi agricoli e macchine utili alla vita contadina, come filatoi, rastrellatrici e pigiatrici automatiche.
La sua opera attirò l’attenzione già durante la sua vita; l’orologio fu citato da cronache locali e — secondo alcune testimonianze — apparve in un documentario dell’Istituto Luce, suscitando stupore per la complessità di un meccanismo nato senza disegni né studi tecnici.
Dall’oblio alla conservazione
Alla sua morte, l’orologio smise di funzionare e rimase appeso nella stalla per alcuni anni. Successivamente fu smontato da una nipote di Talacia, restaurato e custodito nella sua casa di Rieti.
Grazie all’interessamento di don Danilo Manduchi, parroco di San Martino in Riparotta, e al supporto di studiosi del Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna di Santarcangelo di Romagna, l’orologio fu riportato nel luogo d’origine ed esposto nella sacrestia della chiesa parrocchiale, conservato con cura e reso visibile al pubblico.
La proprietà dell’opera è stata donata al Museo Etnografico di Santarcangelo, il cui direttore ha garantito la sua permanenza in loco a titolo gratuito, mentre il meccanismo oggi non è funzionante, data la totale mancanza di documentazione tecnica dettagliata
